LA TESI
Regole per contratto
Un’istituzione le cui regole interne differiscono da quelle circostanti perché i suoi membri le hanno accettate per contratto, e non perché uno Stato abbia concesso una deroga su un territorio.
La distinzione conta nella pratica più ancora che in teoria. Una deroga viene concessa, e ciò che è concesso può essere ritirato dalla stessa autorità che lo ha dato. Un contratto viene pattuito, e la sua esecuzione è l’ordinaria attività dei tribunali, che lo faranno rispettare proprio perché non hanno avuto parte nel redigerlo. La prima strada dipende dal favore politico e muore insieme a quello; la seconda dipende soltanto dal diritto generale delle obbligazioni, che nessuna amministrazione abrogherebbe per mettere in difficoltà una scuola di artigiani.
Che cosa si rinuncia a ottenere
Per questa via non si ottengono un territorio, un’autonomia fiscale, una politica migratoria propria, né alcuna esenzione da leggi di applicazione generale. L’istituzione è soggetta al diritto penale, al diritto del lavoro, al diritto tributario e alle norme edilizie dello Stato in cui si trova, esattamente come una scuola privata o un monastero. Dirlo per primi evita l’equivoco più frequente, e cioè che si stia proponendo una forma di extraterritorialità.
Che cosa si ottiene
Si ottiene uno spazio di manovra dentro quei vincoli, ed è molto più ampio di quanto comunemente si creda. All’interno di un’associazione privata i soci possono essere vincolati a regole di condotta, di abbigliamento da lavoro, di orario, di uso dei beni comuni, di ammissione dei nuovi soci e di composizione delle proprie controversie, a condizioni che nessuna autorità pubblica potrebbe imporre e che nessuna verrà a disturbare, perché i soci le hanno accettate.
La tesi di questo progetto è che lo spazio compreso fra ciò che gli Stati sono disposti a concedere e ciò che l’accordo privato già permette sia largo, in gran parte inutilizzato, e sufficiente per costruirvi dentro.
Perché questa è una risposta a due problemi insieme
I tentativi seri di costituire ordinamenti con regole diverse da quelle circostanti hanno incontrato tutti lo stesso limite: le regole devono essere concesse da un governo ospite, e i governi ospiti sono lenti, sovrani e soggetti a elezioni. Un progetto può impiegare cinque anni a ottenere una concessione e perderla al cambio di amministrazione. Il capitale necessario prima che qualcosa possa essere messo alla prova è ingente, perché occorre acquisire e urbanizzare un territorio prima che una sola persona viva sotto le nuove regole. I fallimenti risultano perciò costosi e producono poche informazioni, dato che a fallire è di solito la trattativa e non l’istituzione.
Separatamente, il dibattito europeo sulle comunità che conservano consuetudini proprie si è ristretto a due esiti: quelle consuetudini si dissolvono nella società circostante, oppure le comunità che le portano vengono tenute a distanza. Entrambe le posizioni danno per scontato che una comunità distinta sia un problema in attesa di soluzione.
Ciò che corrode entrambe le parti non è tanto la differenza quanto l’isolamento. Un uomo senza mestiere, senza reputazione presso chi conosce il suo lavoro e senza nessuno che risponda della sua condotta, è a disposizione di chiunque gli offra una collocazione. Il rimedio a quella condizione non sta nella rimozione delle sue consuetudini, ma in un luogo dove abbia un lavoro, un maestro, obblighi verso altri e qualcosa di proprio di cui andare fiero.
I due problemi condividono un presupposto: che regole diverse richiedano un territorio, e che un territorio richieda il permesso di uno Stato. Tolto quel presupposto, entrambi cambiano forma. Una comunità di cento persone vincolate da uno statuto che hanno sottoscritto non ha bisogno di un chilometro quadrato né di una concessione: le occorrono un edificio, un mestiere e un accordo azionabile. Il primo costa poco, il secondo è la cosa più antica che ci sia in Europa, e il terzo è già diritto vigente.