LA RETE
La rete delle case
Poiché l’unità è uno statuto e non un territorio, la forma naturale di questa cosa su scala maggiore è un certo numero di case piccole invece di un solo insediamento grande.

Ciascuna casa resta di una dimensione che può essere governata di fatto, e la scala viene dal numero delle istanze. In Italia e altrove in Europa non mancano centri spopolati con patrimonio edilizio utilizzabile, il che abbassa considerevolmente il costo di ogni nuova casa. Non costruiremmo però su incentivi pubblici al ripopolamento, perché una rete che dipendesse da quelli non sarebbe più indipendente dal governo; la disponibilità del patrimonio resta comunque un fatto.
Quel che rende una prima casa interessante è lo statuto che mette alla prova, più dell’edificio che restaura. Se lo statuto regge, può essere fondato di nuovo entro un anno in un’altra città, da persone diverse da chi lo ha scritto la prima volta.
Il commercio tiene insieme, ma non basta
Fra case esistenti si apre un mercato interno: un pezzo iniziato in una e finito in un’altra, materiali e tecniche che si spostano, apprendisti e maestri che vanno dove il lavoro è. Il commercio dà alle case una ragione per restare insieme, ma non risponde alla domanda che conta, e cioè chi stabilisce che una casa ha smesso di essere tale. Se una casa ammette per categoria, sopprime il diritto di recesso o tratta male i propri apprendisti, il commercio non la corregge: il lavoro buono si vende comunque, quale che sia il governo della bottega.
Una sola sanzione
La struttura più leggera che risponda a quella domanda è una federazione sotto uno statuto comune, con un solo potere centrale: il ritiro del riconoscimento. Una casa che perde il riconoscimento perde il nome e l’accesso al mercato interno, e nient’altro. Nessuna proprietà, nessuna nomina, nessuna autorità sulla vita interna di alcuna casa.
Resta aperta la questione se una federazione di questo tipo sia stabile su vent’anni, o se arrangiamenti simili derivino verso la proprietà comune man mano che crescono. È una delle domande che teniamo dichiaratamente aperte, e su cui un giudizio informato sarebbe di valore.
Che cosa i due progetti già scritti dimostrano, e che cosa no
Lo stesso statuto è stato scritto due volte, in due ordinamenti e in due tradizioni religiose: qui in Sicilia, e per una casa dei mestieri nella medina di Fez. L’esercizio ha mostrato che quasi nulla di ciò che conta stava nell’immobile. Le regole di ammissione, la disciplina del lavoro, la separazione fra proprietà e gestione e la composizione delle controversie fra i soci hanno attraversato intatte il passaggio dal diritto cooperativo italiano a una medina marocchina; ciò che non ha attraversato è il patrimonio immobiliare.
È una prova di trasferibilità, e non è una prova che il modello funzioni, perché nessuna delle due case è ancora abitata. Il progetto siciliano sarebbe la prima occasione in cui questo viene messo alla prova, ed è esattamente la ragione per cui vale la pena finanziarlo e per cui le condizioni del suo fallimento sono pubblicate in anticipo.