VENEZIA
Venezia, e la deriva
L’istituzione va descritta al suo peggio, e non soltanto al suo meglio, perché il modo in cui fallisce è precisamente ciò contro cui si compra una garanzia.
Mercanti tedeschi tennero il Fondaco dei Tedeschi sul Canal Grande dal tredicesimo secolo, e mercanti ottomani il Fondaco dei Turchi dal 1621. Nella descrizione consueta si tratta di un segno di apertura commerciale, e per un lungo tratto lo fu davvero: Venezia non considerava questi edifici una concessione a stranieri, ma il modo ordinario di trattare con gente la cui legge non era la propria.
Come si strinsero le condizioni
La residenza nel Fondaco dei Tedeschi era obbligatoria, e un mercante tedesco a Venezia non era libero di alloggiare altrove. Tutte le sue operazioni passavano per sensali veneziani, e funzionari della Repubblica ne registravano il traffico. Al Fondaco dei Turchi le finestre verso il canale furono murate e fu lasciato un solo ingresso sorvegliato, dichiaratamente per la sicurezza di chi stava dentro; i battenti venivano chiusi la notte dall’esterno.
Nessuna di queste misure fu introdotta come atto ostile, e ciascuna ebbe una giustificazione ragionevole nel momento in cui fu presa: il controllo fiscale, la mediazione professionale, l’incolumità degli ospiti. L’esito complessivo, però, è il profilo di un recinto coatto, e comparve ovunque l’accordo smise di essere reciproco. Dove una parte poteva imporre e l’altra soltanto accettare, la casa divenne uno strumento di controllo nel giro di una generazione.
La lezione operativa
Quel che il caso veneziano insegna a chi voglia rifare la cosa oggi non è di evitare l’istituzione, ma di sapere in quale direzione scivola e di rendere strutturalmente costoso lo scivolamento. Le tre condizioni che a Venezia si deteriorarono sono l’obbligo di residenza, la mediazione forzata dei rapporti con l’esterno e la libera uscita. Due di esse hanno qui una clausola modificabile soltanto all’unanimità — l’assenza di obbligo di residenza e il recesso libero — ed è il motivo per cui la loro eventuale modifica figura fra le condizioni che varrebbero come verdetto negativo sul progetto. La terza non ne ha, e per una ragione precisa: la mediazione forzata nacque a Venezia perché la Repubblica concedeva la sede e in cambio faceva passare il commercio dai propri sensali. Qui non c’è alcuna autorità che conceda la sede, dal momento che la casa acquista il proprio edificio e vende su commessa a chi vuole; la condizione che a Venezia produsse quella deriva non si presenta, e una clausola che la vietasse vieterebbe qualcosa che nessuno è in grado di imporre.
La quarta condizione, la reciprocità, non ha un corrispettivo veneziano perché è proprio quella che mancò. Un’istituzione che non sia reciproca è destinata a diventare un recinto, e le clausole dello statuto servono a impedire che la prima diventi il secondo.