L’ISTITUZIONE

Che cos’è il Funduq

Una casa dei mestieri d’arte: maestri residenti che formano apprendisti nella pratica quotidiana della bottega, sotto regole di lavoro e di condotta accettate al momento dell’ammissione.

La corte alla fine della giornata

L’elemento che distingue questa casa da una scuola professionale o da una residenza d’artista sta nel modo in cui le sue regole acquistano forza. Le regole interne differiscono da quelle del contesto non perché un’autorità pubblica abbia concesso una deroga su un territorio, ma perché i membri le hanno accettate per contratto aderendo. Alle amministrazioni non viene chiesta alcuna deroga, e non c’è quindi nulla che un’amministrazione successiva possa revocare. I permessi ordinari — edilizi, sanitari, di derivazione delle acque — si chiedono e si ottengono come li chiede chiunque, e non toccano il modo in cui le regole interne acquistano forza.

Il modello storico è il funduq, che i veneziani chiamarono fontego: una casa tenuta da una comunità in una città non sua, con disciplina interna, composizione delle controversie fra i propri membri e luogo di culto proprio. L’istituto funzionò in modo reciproco fra due civiltà per circa quattro secoli, e finché funzionò in entrambe le direzioni funzionò bene.

Le dimensioni, e perché restano piccole

A regime, sei maestri e diciotto-ventiquattro apprendisti compongono un numero che può essere governato da persone che si conoscono, che è l’unica forma di governo mai riuscita al primo tentativo. La prima leva è più piccola ancora: dodici ragazzi, due maestri e tre addetti. La casa resta piccola per scelta, e quando cresce non cresce il numero dei residenti ma il numero delle case.

Le discipline previste dall’impianto sono sei: calligrafia e libro, zellij, gesso e mocarabe, tessitura e broccato, legno e intaglio, selleria nella lavorazione congiunta di cuoio, legno e metallo. L’apertura avviene con una bottega sola, la selleria di alto livello; la calligrafia e il libro, che si occupa anche della legatoria legata all’impressione del cuoio, è la seconda, e le altre discipline seguono quando i maestri e le commesse esistono davvero.

Le salvaguardie, per esteso

Che cosa non è

L’associazione non è un ente religioso, non esercita attività di culto, non è espressione di alcuna confessione o autorità religiosa e non svolge proselitismo. L’appartenenza religiosa dei rifāq è materia loro personale; la casa mette a disposizione uno spazio per la preghiera di chi lo desideri, senza che la frequentazione o l’astensione incidano sull’ammissione, sui diritti sociali, sulla valutazione del lavoro o sulla permanenza. La formulazione ha anche una ragione pratica, perché un ente di culto ricade in un regime proprio e l’ambiguità renderebbe incerta l’iscrizione al registro unico del Terzo settore.

Non è neppure un intervento assistenziale. I membri portano il proprio mestiere, i propri maestri e, dove ne hanno, i propri mezzi; la casa è fondata dalla comunità che la abita, e la selezione all’ingresso è severa. Una volta ammessi, orari, mensa, alloggio e servizi comuni sono i medesimi per tutti, e nessuna distinzione esteriore di trattamento è ammessa in ragione delle condizioni economiche o familiari di ciascuno.

Non è infine un centro culturale che ospiti artigiani. La produzione è di alto artigianato su commessa, in pezzi unici o piccole serie, per studi di architettura e di interni, cantieri di restauro, istituzioni, collezionisti ed editori d’arte. La casa non produce oggetti a catalogo e non vende al visitatore occasionale, per una ragione aritmetica prima che estetica: un lavoro venduto a margini da dettaglio non sostiene maestri pagati adeguatamente, e una bottega che comincia a produrre oggetti minuti da vendere smette di essere una scuola nel giro di due anni.