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OMBRA

La massa e l’ombra

Di tutto ciò che rinfresca una corte, l’ombra viene per prima, e con un certo margine sul resto.

La mashrabiya e il passaggio dell’aria

Gli studi sul raffrescamento delle corti maghrebine concordano su un punto: l’altezza dei muri che circondano la corte pesa più della massa, del colore delle pareti e della conducibilità dei materiali. Non si recupera con la scelta di un intonaco quello che si è perso disegnando una corte troppo larga.

La regola pratica ricavata dalle ricerche sulla casa a corte maghrebina si enuncia in una forma che un capomastro ricorda: finché i muri che circondano la corte sono più alti di quanto la corte è lunga, la corte resta più fresca dell’esterno; appena la corte è più lunga di quanto i muri sono alti, diventa più calda. La soglia si attraversa sul disegno, non in cantiere.

Che cosa questo comporta qui

La corte della masseria è data e non si può riproporzionare, e le sue proporzioni non le assicurano da sole l’ombra che una corte di medina ottiene dalla geometria. La conseguenza pratica è che qui l’ombra si costruisce, con quattro dispositivi che si sommano: rampicanti su parte delle pareti perimetrali, che ombreggiano la muratura nelle ore in cui prende sole e la lasciano scoperta d’inverno se sono a foglia caduca; teli tesi fra le facciate secondo l’uso toledano, che il patio della Casa del Greco è il riferimento più diretto per immaginare; pergole perimetrali; e alberature dove il sottosuolo lo consente.

Il telo teso non è una soluzione di ripiego. Funziona perché l’aria calda sfoga fra una fascia e l’altra invece di ristagnare sotto una copertura continua, si monta su struttura autoportante e non ancorata alle murature storiche, e si smonta quando la stagione cambia.

La massa, e la manovra che la governa

La masseria dispone già dello strumento principale: murature a sacco in pietrame calcareo di forte spessore, volte, e ambienti alti. Sono decine di tonnellate di materia che cambiano temperatura lentamente e restituiscono in ritardo quello che hanno ricevuto.

D’inverno quella massa si carica con il calore; d’estate si carica con la notte. Le aperture si fanno in grande dopo il tramonto e fino all’alba, e al mattino si chiude e non si riapre. La casa attraversa il pomeriggio sulla propria riserva, e lo sfasamento fra il picco di calore esterno e quello interno si conta in ore.

Si tratta di una manovra, non di un’immagine, e d’inverno si esegue al contrario: si apre di giorno e si chiude di notte. Un edificio antico abitato come un edificio moderno, con le finestre aperte nel pomeriggio e chiuse la sera, perde esattamente il beneficio per cui era stato costruito. È la prima cosa che la casa insegnerà a chi vi entra, e sarà scritta nel regolamento insieme agli orari di bottega.

Che cosa non si costruisce, e perché dirlo

Esiste un’altra famiglia di soluzioni, e conviene dichiarare che non se ne fa uso. Il malqaf, la gaina che cattura il vento e lo fa scendere nella casa, appartiene all’Egitto, all’Iraq e al Levante; il badgir, la torre del vento multidirezionale, appartiene alla Persia e al Golfo. Rispondono a climi dove la notte non rinfresca abbastanza, oppure dove i venti dominanti sono abbastanza regolari da giustificare una torre costruita nel loro asse.

Sull’altopiano ibleo nessuna delle due condizioni ricorre, e le masserie della zona non ne hanno mai costruiti. Aggiungerne uno sarebbe un elemento decorativo travestito da tecnica, e su un edificio vincolato sarebbe anche difficile da autorizzare.

Che cosa non si promette

Questi edifici hanno un difetto documentato, ed è l’umidità. La massa che conserva il fresco conserva anche l’acqua, e una muratura storica che venga sigillata e riscaldata alla maniera moderna si degrada più in fretta di una muratura lasciata traspirare. Per questo il restauro interviene prima sugli intonaci, sul vespaio e sulla copertura, e per questo la casa avrà una disciplina di apertura e chiusura invece di un automatismo.

Il fresco del sottosuolo·L’acqua