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LA VITA COMUNE

L’abito e il corredo

La casa fornisce il vestiario, e in casa ci si veste da lì. Non c’è una divisa: c’è un guardaroba di capi tradizionali, e dentro quello ciascuno si combina come preferisce.

Le babbucce, la cintura e il lino piegato

Le babbucce, la cintura e il lino piegato. Elaborazione di studio.

Il vestiario è di lino grezzo non tinto, con il ruggine del copricapo e delle babbucce, e la casa lo dà a tutti. L’uguaglianza sta lì, nel fatto che nessuno si veste con quello che si è portato da casa, e non in una divisa identica: chi porta il qamis e chi il serwal con il jabador, e la scelta fra i due non dice niente su chi la fa. L’unica differenza che si vede è quella fra un rafīq e un ma’allim, ed è una differenza di mestiere.

Quello che si vuole ottenere è che ciascuno si senta vestito dal Funduq: il figlio di genitori benestanti e quello arrivato senza un soldo si vestono dallo stesso guardaroba, e nessuno dei due porta addosso da dove viene. È anche il modo più semplice di rispettare l’articolo dello statuto che vieta distinzioni esteriori di trattamento fra i rifāq in ragione delle condizioni economiche o familiari di provenienza — senza chiedere a nessuno di comprarsi niente, che è la condizione perché quel divieto sia reale e non una formula.

Le due forme

Le due forme affiancate: la gandoura lunga e il jabador con il serwal

Le due forme, una accanto all’altra. Elaborazione di studio.

La forma lunga
La forma corta
La forma corta d’estate

La forma lunga; il jabador sul serwal; e la stessa forma corta d’estate, a maniche corte.

Sono le combinazioni più comuni e non una prescrizione: la regola è che in casa si porti l’abito tradizionale, fra quelli che la casa fornisce, e il resto lo decide chi lo indossa. Si cambia da un giorno all’altro, e nessuno tiene il conto di che cosa si mette la gente.

I capi

Al-qamis

Al-qamis (القميص)

La tunica al ginocchio, in lino grezzo non tinto, con le maniche che si rimboccano per lavorare. È il capo che si vede, ed è lo stesso per il ma’allim e per l’ultimo ammesso.

Al-ghandura

Al-ghandura (الغندورة)

La veste lunga fino alla caviglia, alternativa al qamis per la forma lunga. Stesso lino e stesso cartamodello, tagliata più ampia.

As-sirwal

As-sirwal (السروال)

I calzoni larghi, stretti alla caviglia da un cordone. Lo stesso lino della tunica, tagliati sul medesimo cartamodello per tutte le taglie della casa.

Al-hizam

Al-hizam (الحزام)

La cintura di cuoio, fatta in selleria. È il primo lavoro compiuto che un apprendista porta addosso, e la si riconosce perché nessuna è uguale a un’altra. Quella del ma’allim è di cuoio scuro, con l’impressione in foglia d’oro.

At-taqiyya

At-taqiyya (الطاقية)

Il copricapo di feltro, che si porta in bottega e si toglie a tavola. È uno dei due pezzi tinti di ruggine, ed è lo stesso per tutti.

Veste da notte

Veste da notte (ثوب النوم)

Più corta e più leggera, per le camere. Fa parte del corredo come tutto il resto, e come tutto il resto passa dal guardaroba per il bucato.

Le babbucce

Le babbucce (البلغة)

In cuoio tinto di ruggine. Si portano in casa e si lasciano alla porta della bottega, dove si passa alle calzature da lavoro. Le fa la selleria, con lo scarto del cuoio delle selle: è la lavorazione su cui un apprendista impara a cucire prima di toccare un finimento.

Che cosa non si porta

In casa l’abito tradizionale è la norma e non l’eccezione: il serwal sta al posto dei jeans e il qamis al posto della maglietta. Nessuno gira in jeans e nessuno in giacca, e non per una questione di decoro ma perché sarebbero l’unica cosa in casa che dice qualcosa su chi la porta.

La sobrietà si estende al dettaglio: niente tagli aderenti, niente scarpe sportive di marca, niente cappellini, niente capi stampati o strappati. Fuori dalla casa — in paese, in viaggio, nei giorni passati in famiglia — ciascuno si veste come crede, e la casa non ha nulla da dire.

Sopra il lino

Il grembiule di cuoio o di tela e i dispositivi di protezione che il mestiere richiede — guanti, occhiali, schermo per la forgia — vanno sopra l’abito e non al suo posto. È la ragione per cui il lino è tagliato largo: deve poter stare sotto un grembiule pesante per otto ore senza impicciare le braccia.

Il mantello di lana con il cappuccio

Il mantello d’inverno, in lana non tinta.

D’inverno si aggiunge il mantello di lana con il cappuccio, nel bruno naturale della lana non tinta: è una superficie grande, e in ruggine diventerebbe un costume invece di fare da cornice. Le calzature sono da lavoro in bottega e babbucce in casa, e la porta della bottega è il punto in cui si cambiano.

Chi lo fa

Il cuoio lo fa la casa. Le cinture e le babbucce escono dalla selleria, e non come esercizio: sono due lavorazioni semplici, ripetute e verificabili, ed è su quelle che un apprendista impara la cucitura a due aghi prima che gli si metta in mano un finimento. All’altro capo della stessa bottega sta la cintura del ma’allim, con l’oro a caldo: la stessa lavorazione portata dove arriva solo chi ha finito di impararla. Un corredo di trenta persone da rifornire e da riparare è una commessa interna che non finisce mai, ed è esattamente il genere di lavoro su cui si impara.

Il resto — il lino tagliato e cucito, il feltro dei copricapi, la lana dei mantelli — si ordina a Fez, agli artigiani della medina. La ragione non è di colore locale: a Fez quei mestieri si fanno ancora tutti i giorni, con i cartamodelli e le misure giuste, e comprare da loro è il modo in cui questa casa pesa qualcosa nell’economia di quella. È lo stesso rapporto che la casa di Fez ha con le botteghe intorno a sé, guardato dall’altra parte del mare.

Se un giorno la tessitura e il broccato si apriranno anche qui, una parte di quelle commesse rientrerà in casa. Non è previsto che rientri tutta: una casa che si fabbrica da sé ogni cosa che indossa smette di avere ragioni per parlare con qualcuno.

Un colore solo, e uguale per tutti

Nella casa di Fez il colore del copricapo e della cintura dice a quale bottega appartiene chi li porta, e a che punto è del suo percorso: è un sistema antico, e regge perché lì le botteghe sono sei e i gradi sono una consuetudine di corporazione più vecchia della casa che li adopera.

Qui il colore del mestiere sta sulle insegne delle botteghe, che sono la stessa serie di Fez, ma non si porta addosso, e per una ragione di fatto: all’apertura la bottega è una sola, e distinguere con i colori una cosa da sé stessa è un ornamento. Quando le botteghe saranno più d’una, ciascuna prenderà il proprio colore, visibile anche nei complementi d’abbigliamento di chi vi lavora; sarà una deliberazione del majlis e non un’eredità.

Un colore però c’è, ed è lo stesso per tutti: il ruggine del copricapo e delle babbucce. È il colore del posto — la terra iblea è rossa, i coppi sono di cotto, e la pietra di Ragusa vira dal crema al ruggine dove si consuma — ed è anche il colore che il cuoio prende con la concia al vegetale, il che lo rende un prodotto plausibile della selleria e non una scelta di cartella. Sta alla testa e ai piedi, che sono i due posti dove un colore si legge come deliberato invece che come un capo di vestiario.

Il copricapo ruggine in bottega

Il ruggine al banco. Elaborazione di studio.

Il maestro in ruggine fra tre rifaq

Il ma’allim e tre rifāq. Elaborazione di studio.

Il ma’allim porta lo stesso ruggine in misura maggiore: l’abito intero, e non il solo copricapo. È la stessa tinta, portata più estesamente: non un colore riservato a lui, e non una tavolozza a parte. Lo statuto vieta le distinzioni di trattamento in ragione delle condizioni economiche o familiari: orari, mensa, alloggio e servizi comuni sono i medesimi per tutti, e nessun privilegio spetta al ma’allim in ragione della sua funzione. Il ruggine dice che cosa uno è diventato, non da dove viene né che cosa ha; chi lo porta mangia alla stessa tavola, dorme in una camera uguale e fa gli stessi turni.

Con l’abito va la cintura, ed è la parte più giusta del segno. Quella di un rafīq è il suo primo lavoro compiuto; quella del ma’allim è di cuoio scuro con l’impressione a caldo in foglia d’oro, che è fra le lavorazioni più alte della selleria. La fa la bottega della casa, o la si ordina a Fez finché la casa non sa farla: il segno del maestro è esso stesso un pezzo da maestro, e non un distintivo comprato.

Il tessuto poi dice l’occasione. Al banco l’abito del ma’allim è dello stesso lino grezzo di tutti gli altri, perché il maestro lavora: un damasco fra lesine, cera e colle dura una settimana, e chi lo porta o non lavora o lo rovina. A tavola, nel majlis e nelle occasioni in cui la casa si mostra, l’abito è di damasco nello stesso ruggine, e con quello va la cintura con l’oro — che così non passa le giornate contro la morsa da cucire.

L’abito di damasco ruggine del ma’allim
La ghandura di lino grezzo di un rafiq

Il damasco ruggine e il lino grezzo, lo stesso taglio. Elaborazioni di studio.

Il damasco è monocromo: il disegno si vede dal riflesso della luce e non da un secondo colore, ed è il modo più sobrio che esista di marcare una differenza, perché cambia la materia e non la tinta. È di lino come tutto il resto e non di seta: la seta direbbe ricchezza, che è esattamente la distinzione che lo statuto vieta, mentre un damasco di lino è la stessa cosa degli altri tessuta meglio — che è esattamente quello che è un maestro.

Tessitura e broccato è la quinta disciplina della casa. Finché non apre il damasco si ordina a Fez; quando apre, il maestro porta un tessuto uscito dalla bottega accanto alla sua, come già porta una cintura uscita dalla selleria.

Fra questi due non c’è nient’altro. Nessun grado intermedio, nessun colore per gli anni di anzianità, nessun segno per chi sta a metà: si è rafīq oppure si è ma’allim.

I bagni di colore sono naturali, e i lotti variano: due copricapi ordinati a due anni di distanza non saranno esattamente dello stesso ruggine. Non è un difetto da correggere e non si corregge, perché correggerlo vorrebbe dire passare alla tintura industriale. Vale quello che vale per la cintura, che ciascuno si cuce da sé e nessuna è uguale a un’altra: l’uguaglianza della casa sta in che cosa si porta, non nella coincidenza dei campioni.

Il mantello resta fuori da questo: a Fez ce n’è uno per corporazione, e allineati fanno una fila di sei colori. Qui è uno solo, nel bruno della lana non tinta.

Il circuito, e a chi restano i capi

Finché si sta in casa i capi circolano: si esce dalla bottega, si passa dagli spogliatoi, si lascia l’abito sporco al guardaroba, si riprende quello pulito. Nessuno lava in camera, e nessuno arriva a tavola con addosso la giornata. Quello che torna al guardaroba ogni sera è il bucato, e la casa lava, ripara e sostituisce quello che si consuma.

Ma i capi sono di chi li porta, e chi se ne va se li porta via. È la condizione perché la frase da cui parte questa pagina sia vera: uno si sente vestito dal Funduq se quell’abito è suo, non se gli è stato prestato e glielo si riprende alla porta. E vale a maggior ragione per la cintura, che ha cucito lui in selleria e che nessuno potrebbe chiedergli indietro.

Il guardaroba è dimensionato su questo: due mute per ciascuno in rotazione, più le taglie di scorta, perché chi arriva trovi la sua misura il primo giorno e non dopo un mese. È una voce di spesa ricorrente che il bilancio porta come tale, e non un dettaglio di stile.

L’hammam·Nizam ad-dar, il regolamento·La selleria